Il difficile rapporto tra Totti e Spalletti

La definita rottura tra il capitano e il mister:

“Sono seduto in un angolo da solo a far colazione, lontano da Spalletti e lo staff. Mi viene a chiamare Vito Scala e mi dice che il mister vuole parlarmi a proposito dell’intervista del giorno prima (in cui chiedevo rispetto alla società riguardo al rinnovo). Così andiamo in sala riunioni e lui ha in mano la rassegna stampa e la agita come fosse un randello. «Che cosa devo fare io adesso?». Se lo chiede tre volte in tono sempre più spazientito. «Mister, ma ha sentito l’intervista? Guardi che Vito l’ha registrata…». «Non me ne frega niente dell’intervista, conta quello che c’è scritto qui». «Guardi che di lei ho parlato soltanto bene, è alla società che ho chiesto più rispetto». Gli do del lei, a memoria è la prima volta: un evidente segno del gelo sceso ormai fra noi. Andiamo avanti a lungo, io per chiarire e lui per ribadire la sua irritazione. «Basta, inutile proseguire, tanto non capisci. Hai sbagliato, e adesso vai a casa». È la punizione più umiliante. Cacciato da Trigoria. Io. Cacciato da casa mia. Tremo dalla rabbia. Dopo un lungo silenzio, affilo le parole più taglienti che mi vengono in quel momento. «Molto bene, accetto la sua punizione. Vedremo se sarò io o sarà lei a pagarne le conseguenze». «Mi stai per caso minacciando?». «Lei sa che a Roma la gente è dalla mia parte. Io ho soltanto parlato bene di lei, eppure mi vuole cacciare…». «Tu ormai sei come gli altri, dimenticati di quando eri insostituibile». «Sei un Vigliacco, adesso che non ti servo più mi rompi il cazzo eh?»
Me ne vado stremato, un quarto d’ora dopo torno a casa e mia moglie rimane stupefatta. Sono giù di morale, il punto più basso che mi ricordi, non ho voglia di vedere nessuno. La partita con il Palermo è in notturna, ma escludo di andare all’Olimpico, non sopporterei gli sguardi di tutti su di me. Ed è qui che Ilary prende il controllo della situazione: «Invece allo stadio ci andiamo tutti: noi, amici, parenti, tutti. Non hai nulla da nascondere, anzi. Se questa sera non andiamo allo stadio io ti pianto. Non sopporterei l’idea che ti pieghi alle ingiustizie». Dettata dall’amore, ma è una bella minaccia… Prima della partita passo dagli spogliatoi. Spalletti mi chiede cosa ci facevo lì e io rispondo che un capitano va sempre a salutare i compagni. Poi vengo a sapere che è stato fischiato alla lettura delle formazioni. Mi dirigo verso la tribuna ed è un percorso ansioso perché mi vengono in mente mille pensieri e soprattutto mi chiedo cosa aspettarmi una volta uscito allo scoperto, lì dove tutti potranno vedermi. Solo applausi. Una standing ovation, addirittura, un boato appena compaio in tribuna.”
Poi arriva l’Atalanta…
“Lì venimmo quasi alle mani. Il tutto nacque alla vigilia della partita, ero in stanza in compagnia di Pjanic e Nainggolan al computer. Mire e Radja escono e io chiudo la porta alle loro spalle. Lì si sentì la voce sarcastica di Spalletti: «Non fate i furbi, io lo so cosa facevate nella camera di Francesco, giocavate a carte (espressamente vietato dal tecnico toscano ndr)» e Mire subito: «Quali carte? No, eravamo al computer!». «Facciamo i conti domani» è l’ultima minacciosa frase che mi arriva. Il mattino dopo, a colazione, non ci saluta. Marco Domenichini, uno del suo staff, viene in avanscoperta: «Ma che, giocavate a carte?». Aridaje… «No, niente carte. Computer». Mi sembra di parlare a dei bambini e ancora non è finita perché nella riunione prepartita, quella in cui viene comunicata una formazione che non prevede Pjanic (la punizione è evidente), Spalletti ribadisce che il gioco delle carte è vietato e che, qualcuno, la notte scorsa, si è fatto beffe di questo divieto. Lì non ho più la forza nemmeno di replicare… 
Poi arriva la partita. Sul 3-2 a due per l’Atalanta, Spalletti si gira verso di noi – Mire e io siamo seduti vicini – e dice: «Mo’ sono cazzi vostri, in conferenza stampa racconto tutto». A dieci minuti dal termine mi butta dentro al posto di Daniele, e in breve trovo il gol del 3-3 con un bel tiro dal limite. 2’ dopo per poco Dzeko non sfrutta un mio assist per chiudere con un fantasmagorico 4-3. Espulso per proteste a un 1’ dalla fine, Spalletti ci aspetta sull’uscio dello spogliatoio, visibilmente su di giri. Quando anche l’ultimo di noi è entrato si chiude la porta alle spalle e comincia a urlare. Il mio armadietto è il più lontano dall’ingresso. Non mi accorgo dell’improvviso silenzio. Quando rialzo la testa trovo la faccia di Spalletti a un centimetro dalla mia. «Basta, hai rotto le palle, pretendi ancora di comandare e invece te ne dovresti andare, giochi a carte malgrado i miei divieti, hai chiuso». Il tutto gridato a massimo volume. È l’ultimo litigio tra me e lui, nel senso che stavolta perdo le staffe anch’io e ci devono separare in quattro perché altrimenti ce le daremmo di santa ragione. Di lì in poi, chiuso”.

Uno stralcio del nuovo libro di Francesco Totti “Un capitano”.


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