Gliel’avevano fatto credere davvero ad Adam, almeno per un po’. “Tu non diventerai mai un calciatore professionista” gli fu detto, più di dieci anni fa ormai. Era un suo allenatore nella scuola calcio, ma Adi, come lo chiamavano quand’era piccolo a Budapest, gli diede peso solo per un po’. Poi capì: a pensarla così era solo quell’allenatore, uno dei tanti avuti, gli altri lo elogiavano e non si permettevano di stroncare un sogno così grande. Ah, magari realizzarlo. Sarebbe fantastico, Nagy, no?

E forse Adam Nagy, il bambino di cui stiamo parlando, pian piano si è convinto che quella parabola poteva diventare realtà. Anche se, prova e riprova, ad entrare in una squadra professionistica non ci riusciva proprio. Avrà avuto ragione quell’allenatore? Macché, non diteglielo neanche. Lui lo sapeva: il suo posto era lì, su un prato verde, a centrocampo, con la mente veloce e i piedi a rispondere subito dopo. Metronomo, sì, ma non solo. Però, pensate, tanto che questo sogno era grande, che prima di diventare maggiorenne Adi, come mamma e papà lo chiamano ancora oggi, aveva anche lasciato l’Ungheria.

A credere in lui era stato Bobby Davison, un ex giocatore del Ferencvaros (club importante ungherese), che gli propose di entrare nella sua accademia e di seguirlo prima in Spagna e poi in Portogallo. E’ lì che fa breccia nel cuore di Davison e di altri addetti ai lavori. Due anni e mezzo in cui conquista un po’ di fama a livello giovanile. E allora, indovinate un po’ dove lo indirizza Davison? Al Ferencvaros, sì, dove altrimenti. Il suo ex club. Nagy torna a casa, ma all’inizio l’Ungheria sembra stargli davvero stretta. Come una maledizione, forse neanche lui se lo spiegava.

Quel centrocampista non riusciva ad esprimersi. Veloce, sì, ma sempre meno rispetto al solito. Intelligente tatticamente, bravo nella copertura degli spazi, impeccabile nella fase di interdizione, ma qualcosa gli mancava sempre. Si dedicò anche al futsal per qualche mese, tanto la tecnica mica mancava. Un modo per divertirsi e crescere ancora. Il Ferencvaros, però, l’aveva spedito nella squadra B, in terza divisione. Niente da fare, era il 2015 e non riusciva proprio ad esplodere. Quelle parole ascoltate a 12 anni da quell’allenatore ritornavano incessanti. “E se avesse avuto ragione lui?” pensava, d’altronde a 20 anni ancora non era arrivato il debutto tra i professionisti.

Esiste un momento, però, che può regalare la svolta nella vita di un calciatore. Non succede quasi niente. Qualcuno, però, come per magia, si accorge di te e ti dà quella chance tanto desiderata. Prima arriva la chiamata per il Mondiale U20, in cui l’Ungheria perde soltanto agli ottavi contro la Serbia, vincitrice poi dela competizione. Poi, da aprile scorso, si realizza davvero il sogno. Accade tutto in un anno, una stagione magica. In campo corre tanto, è un vero podista quasi. Ma stavolta a volare è la sua carriera.

Prima, all’inizio della scorsa annata, conquista il posto da titolare nella prima squadra del Ferencvaros, giocando sia davanti la difesa che in posizione più avanzata. Poi guadagna anche la chiamata di Bernd Storck, il c.t. della Nazionale maggiore dell’Ungheria. Mica male, eh? Ed anche lì, eccolo il momento-chiave: dopo 22 minuti di Ungheria-Irlanda del Nord Akos Elek s’infortuna, allora tocca a lui. E non delude, anzi: migliore in campo! Il giorno dopo i quotidiani ungheresi sono tutti per lui, consapevoli di aver scoperto un giocatorino niente male. Da allora non ha mai più perso un match internazionale, dalla maledizione alla benedizione insomma. L’anno magico raggiunge il suo apice con la vittoria del titolo ungherese con il Ferencvaros, poi il posto da titolare con l’Ungheria. Va da sé che anche per l’Europeo le porte sono spalancate. Sports Illustrated lo inserisce nei dieci giovani talenti da seguire ad Euro 2016, al pari di gente come Draxler, Coman o Guerreiro.

Prima della partita con il Portogallo, Record spiaccica il suo volto in prima pagina, additandolo come il pericolo numero uno. Lui contro Cristiano Ronaldo, lì a tutta pagina: chi l’avrebbe mai immaginato solo un anno prima? E adesso c’è il Bologna, il salto nel grande calcio. Nagy avrà pensato a quell’allenatore. “Allora, com’era quella storia che non sarei diventato mai un calciatore professionista?”. L’avrà pensato, sì, ma poi la sua umiltà avrà preso il sopravvento. Olio di gomito, per vivere un’altra stagione da incorniciare anche in Italia. Adi è cresciuto, ma non si vuole mica fermare.


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