La vita da calciatore non è sempre rose e fiori.

Storie incredibili e spesso tristi sono nascoste dalle luci della ribalta.

imageC’è chi, però, come Paulo Dybala, non può non pensare al passato e alla scomparsa degli affetti più cari. La perdita del padre in piena adolescenza resta per il giovane argentino un dolore forte, come per tutti i ragazzi rimasti orfani alla sua età. L’attaccante della Juventus spesso si ritrova a piangere, pensando a suo padre e ai sogni che è riuscito a realizzare:

Non c’è una data esatta perché succede spesso e sempre per lo stesso motivo: piango per mio padre, morto quando avevo 15 anni. Ha lottato per tanto tempo contro un tumore al pancreas, ma è stato inutile. A me, per proteggermi, non dicevano tutto, così io mi illudevo, speravo che guarisse. Oggi parlo spesso di lui con mamma, mi succede di sognarlo e ogni volta mi sveglio tra le lacrime“.

Un modo per ripagarlo è stato quello di diventare calciatore:

Sì. Mio padre aveva un sogno: che uno almeno dei suoi tre figli diventasse calciatore. Non c’è riuscito Gustavo, il maggiore, e neanche Mariano, che tutti dicono fosse più forte di me, ma che è stato vinto dalla nostalgia di casa. Perciò io dovevo farcela: per onorare la memoria di papà ed esaudire il suo desiderio. Lui mi aveva accompagnato a ogni allenamento,un’ora di macchina da Laguna Larga, dove vivevamo, a Cordoba. Quando papà morì, chiesi alla società di farmi tornare a casa. Per 6 mesi giocai nella squadra del mio paesino, poi rientrai nell’Instituto. E dato che non c’era più nessuno che poteva portarmi avanti e indietro dall’allenamento, mi trasferii nella pensione della squadra. Non fu facile: ero rimasto orfano da poco e avevo la famiglia lontano. Mi chiudevo in bagno a piangere, ma non ho mollato. E oggi so che papà è orgoglioso di me“.

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