Francesco Oddo ai Mondiali 2006 ci ha regalato il meglio del repertorio ignorante, quello che piace a noi.

«Terrone, costituisciti…»
Odiavo Pirlo, in quel momento. L’avrei ammazzato. Oddio, ci ho anche provato,
qualche cinquina sulla faccia gliel’ho pure stampata, però non sono riuscito a farlo stare zitto. Affacciato alla porta, continuava a prendermi per il culo, con quel suo insopportabile accento bresciano: «Terrone, ammettilo, sei un dopato. A proposito: ti sei perso una festa che passerà alla storia».
«Razzista!»
«Terrone.»
«Leghista!»
«Terrone.»
«Intollerante!»
«Terrone. La festa…»
La mia testa fumava. È vero, nello spogliatoio dell’Italia si ballava e si cantava,


avevamo appena vinto la semifinale contro i padroni di casa della Germania, il
presidente del Consiglio Romano Prodi stava facendo i complimenti ai miei compagni mentre loro guardavano il culo al ministro Giovanna Melandri, e io ero prigioniero nello stanzino dell’antidoping. Senza poter mettere piede fuori da lì. Sorvegliato a vista da un medico olandese che mi riempiva di birra analcolica, che faceva pure schifo. Non sapeva di birra e non mi faceva pisciare, il peggio del peggio. E rideva pure.
«Ma cosa cazzo ridi, demente?» Lo insultavo, tanto non mi capiva.
Demente lui e pure quell’altro che, dopo essersene andato per qualche minuto,
tornava nuovamente all’attacco: «Psss, psss… Fatta la pipì, bambino Rino?». Perché Pirlo avrà anche la faccia da santo, ma in realtà è il più scatenato di tutti, sa dirti le peggio cose mantenendo invariata la sua espressione. E intanto niente da fare, proprio non sentivo lo stimolo. Avevo la vescica tedesca, in rivolta contro di me. L’olandesone, a modo suo, tentava di essere utile: «Do you want to drink, mister Raino?».
«A parte che Raino lo dici a tua sorella, secondo te ho ancora voglia di bere? Non mi ci sta più niente.»
«What?»
«Ma ammazzati, va’.»
Nel frattempo, sulla porta erano arrivati i rinforzi. Con Andrea, anche Oddo:
«Scusi, signore, le possiamo servire qualcosa?».
«Andate via!»
«Terrone.»
«Viaaaa!»
«Dopato.»
Non avevano fantasia, mi ripetevano sempre gli stessi insulti. L’unica cosa che un po’ mi sollevava era il pensiero di essere stato trattato, a fine partita, come Diego Armando Maradona al Mondiale di Usa ’94. La sua uscita dal campo più famosa se la ricordano tutti: appena l’arbitro aveva fischiato la fine, un’infermiera era andata a prenderlo sottobraccio per accompagnarlo a fare l’esame antidoping. Anch’io all’Olympiastadion ero stato prelevato vicino agli spogliatoi, ma con una differenza sostanziale rispetto a Maradona: l’addetta che avevano mandato a scortarmi era un cesso. Brutta come la morte. Eravamo una bella coppia. L’ho anche detto a Pirlo e Oddo: «Asini, guardate che è successo anche a Maradona, quello che sta succedendo a me. Mica sono l’ultimo arrivato».
«Ti beccheranno positivo, come lui.»
«Non dite stronzate.»
«Sì sì.» Pirlo annuiva, ovviamente con il viso privo di espressività.
«Il Pibe de Oro…» Oddo gli faceva da spalla…
«… e la Faccia de Mierda.» Pirlo mi indicava.
Un incubo.
Dopo un po’, per fortuna, si sono stancati pure Scemo & Più Scemo e sono andati sul pullman della squadra, mentre l’olandese si è stravaccato su una sedia che lo reggeva a malapena. Io: niente pipì. Mi sono sforzato, ho ingurgitato un’altra birra analcolica, ho cercato con lo sguardo la comprensione del medico: andato. Si era addormentato. Avrei potuto chiedere a qualsiasi compagno di farla al mio posto che non se ne sarebbe accorto. Lui russava, la povera sedia cigolava. Un perverso gioco di equilibri. Così, per due ore e mezza. Fino a quando ho sentito un certo movimento e ho urlato. Un grido di gioia: «Oh, oh, mi scappa!». Niente. Quello non lo svegliava neanche un carro armato. Gli ho tirato addosso una lattina (di birra analcolica, ovviamente), ha capito,
gli è partito un applauso. Ha esultato. Non è carino da dire, ma una volta che avevo iniziato non smettevo più di farla. Ne sarà uscita un litro.
La squadra mi stava aspettando sul pullman da un’eternità, così quando sono salito non mi hanno accolto esattamente come un eroe. «Sei il solito terrone.»
Sono andato dritto verso Pirlo e Oddo: «Ragazzi, queste due sono per voi. Per farmi perdonare il ritardo».
A ciascuno di loro ho dato una lattina di birra. Da quel momento in avanti mi sono disinteressato sia di Andrea che di Massimo e, soprattutto, di ciò che è accaduto successivamente. Non so se l’abbiano assaggiata. Non so come siano andate le cose.
Non so se poi siano stati bene o abbiano accusato qualche strano dolore. Non lo so e non lo voglio sapere perché altrimenti, in qualche modo, a dieci anni di distanza da quella notte dovrei spiegare a entrambi cosa c’era per davvero in quei contenitori metallici che tanto amorevolmente avevo preparato.
Birra chiara, leggermente amarognola, dal sapore ma anche dall’odore aspro.
Artigianale, mettiamola così. Di produzione propria. Tempo di fermentazione: due ore e
mezza.

(Gennaro Gattuso)


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