Dicono che a Cagliari, in una squadra divisa per piccoli clan quasi tutti in base alla nazionalità, lui Radja Nainggolan portò a ognuno il messaggio sbagliato da parte degli altri, giocando sulla conoscenza della lingua. Diceva che gli uni sparlassero degli altri.

Provocò una lite interna che finì per far venire fuori tutto, chiarire ogni malinteso e rendere quell’insieme di clan una squadra vera. La raccontano come una favoletta e, in quanto tale, sarebbe bella anche non dovesse essere vera. Ma Nainggolan sarebbe in grado, in fondo. Lo fa perché per l’unione è molto, pure nella vita. Lo pensa perché è passato da un abbandono e quindi conosce il senso di vuoto di quando si resta senza qualcuno: il padre, indonesiano di etnia Batak, lasciò lui, la mamma (belga, di etnia fiamminga) e i fratelli in condizioni precarie. Radja dovette crescere in fretta e affidarsi al calcio, che ora è anche la professione di sua sorella gemella Riana.

Ha dovuto fare in fretta, da uomo. Si è preso il tempo, da calciatore. Ha cercato risposte a tutte le domande, in tutte le lingue. Solo a un perché non riesce a rispondere. La domanda è: perché Wilmots non lo ha convocato al Mondiale?

«Non lo so: è stata una delusione enorme. Lo è ancora di più se penso che alla mia età hai al massimo un altro Mondiale davanti, è facile capire quanto ci tenessi. Eppure in Nazionale ero partito bene, e invece sono rimasto a casa. Sì, ho detto che forse il ct non guarda il calcio italiano, ma la verità è che continuo a farmi la domanda e continuo a non sapermi dare la risposta».

«Ci ho messo molto per arrivare in una grande e ora dico che non mi dispiacerebbe chiudere qui la mia carriera»

Invece il calcio italiano ci vede bene. Tardi, ma ci vede. Nainggolan è stato per anni con il cartello vendesi e poi ha scelto di disfarsene, tranne nell’ultimo gennaio quando le squadre erano tante e di valore e la Roma ha fatto prima e meglio. Abituato com’è, in fondo, a stare a lungo nelle piazze in cui va, questa potrebbe essere la sua destinazione definitiva. Per quello che Roma ha dato al suo Ninja, per quello che il Ninja ha dato a Roma, ogni volta che inseguiva l’uomo di fronte con il pallone tra i piedi, ogni volta che si piegava per una sforbiciata che non ti aspettavi e che può essere esposta nella galleria dei suoi capolavori:

«Ci ho messo molto per arrivare in una grande e ora dico che non mi dispiacerebbe chiudere qui la mia carriera. Andare in una rivale sarebbe impossibile, all’estero difficile. Ma soprattutto non vedo, nei prossimi anni, una squadra migliore della Roma. Sono felice di esserci, anzi».

Infatti sorride. Succede anche a quelli con la cresta gialla e il corpo completamente tatuato… “capita” di cambiare idea.


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