“Mi serve uno che abbia i piedi buoni lì in mezzo”

I SUOI PRIMI MAESTRI

“Ho deciso: giocherai playmaker. Mi serve uno che ha i piedi buoni lì in mezzo.”
Gli dirà Carletto Mazzone ai tempi di Brescia.
Inizia più o meno così la rincorsa alla “storia”, di un giocatore che sarà ricordato ai posteri come uno dei centrocampisti più forti di sempre: Andrea Pirlo.

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In realtà è Franco Colomba alla Reggina a metterlo per la prima volta “lì nel mezzo”, in un momento di bisogno. Poi, dopo la parentesi poco felice all’Inter, sarà invece un altro Carletto, mister Ancelotti, a consacrarlo definitivamente come uno dei registi più forti e vincenti del pianeta nel Milan. Vista la perenne indisponibilità del Principe Redondo, Carletto ha l’intuizione: Perché non provarci con Andrea?
Il risultato sarà leggendario.
Pirlo sarà protagonista di un decennio rossonero meraviglioso, vincendo 2 Champions League e arrivando per ben tre volte in finale in 5 anni.
Nel 2006 poi, conquisterà quella tanto sognata Coppa Del Mondo, suggellata anche da un suo gol (contro il Ghana), tanti assist (tra cui quello memorabile del Westfalenstadion a Fabio Grosso), un rigore “glaciale” in finale ai francesi e infinite giocate sublimi, sancendo così definitivamente il suo approdo nell’Olimpo degli Dei calcistici.
Nel 2011 arriva però un altro momento cruciale della sua incredibile carriera.
Andrea sembra sulla via del tramonto, o perlomeno è quello che qualcuno vuole fargli/ci credere.
Nell’anno dell’approdo di Max Allegri in panchina, Pirlo durante la stagione purtroppo è spesso fuori per infortunio, così da indurre il club ad acquistare un sostituto nel mercato di gennaio, che risponde al nome del “generale” Mark Van Bommel.
L’olandese è forte, ha esperienza internazionale, è un vincente, è affidabile, ma può ricoprire un unico ruolo: lo stesso del numero 21 italiano.
Il Milan si appresta a vincere il suo diciottesimo scudetto e Andrea rientra nelle ultime gare, schierato “solo” da mezz’ala.
In estate però, il club gli proporrà un contratto annuale “dimezzato”, dicendogli anche che il tecnico lo vede come “interno” di sinistra, perché lì in mezzo adesso il posto è dell’olandese.
È la goccia che fa traboccare il vaso.
Andrea si sente bistrattato da quel club che anche lui ha contribuito, e non poco, a rendere grande in quegli anni. Ma si sa, la parola riconoscenza nel gergo calcistico, è sempre meno frequente ormai.
Così accetta la corte spietata della Juventus di mister Antonio Conte, fa le valigie e saluta tutti, direzione Torino, sponda bianconera.
La Juventus viene da due settimi posti e la voglia di rivalsa dei bianconeri e mister Conte si sposa perfettamente con quella di un Pirlo col dente avvelenato e voglioso di dimostrare a chi non crede più in lui, di essere ancora determinante.
Sarà un binomio perfetto: la Juve vincerà per quattro anni di fila lo scudetto con il “maestro” in squadra, che sembra vivere una seconda giovinezza.
L’apice juventino lo toccherà nella Champions 2015, dove raggiungerà una finale insperata con i suoi compagni (guidati, scherzi del destino, proprio da quel Max Allegri che lo aveva messo da parte al Milan!), eliminando i campioni in carica del Real Madrid, perdendo poi nell’atto finale contro i marziani del Barcellona.
In quella competizione, il 21 bianconero delizierà per l’ennesima volta, il pubblico di tutto il Mondo, dimostrando, se ce ne fosse stato ancora bisogno, che di giocatori così ne nascono pochi.

Non posso che essere orgoglioso di aver vissuto la sua epoca. L’epoca di un “maestro” inimitabile, l’epoca di sua maestà Andrea Pirlo.


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