Nakata: “Ho smesso perchè mi faceva schifo”

Nakata: “Ho smesso perchè mi faceva schifo”

La leggenda narra che Fabio Capello a cena con Nakata in un ristorante per convincerlo, spezzato un grissino in 11 pezzi e con in mano la briciola raffigurante il giapponese, abbia detto: ‘tu giocherai qui, nel ruolo di Falcao‘.

Forse Don Fabio, rapito dal fascino del Samurai, avrà intuito più in là che era più adatto a giocare da trequartista.
Nel gennaio 2000 infatti, dopo l’exploit di Perugia, Sensi lo porta “sotto al Colosseo” per 32 miliardi più Alenichev e Blasi. Merito soprattutto del tecnico di Pieris appunto, che lo volle a tutti i costi.
Toccherà il picco in carriera la sera del 6 maggio 2001: Stadio Delle Alpi di Torino, Juventus – Roma, partita di cartello della stagione. Con la Roma sotto 2-0, Nakata, nel match che è valso forse lo scudetto, entrerà indelebilmente nel cuore dei tifosi giallorossi, grazie a due tiri decisivi da distanza siderale.

Il primo, meraviglioso, finì all’incrocio dei pali all’ottantesimo, il secondo piegò le manone di Van der Sar. Facilitando il tap-in vincente di Montella, che regalò virtualmente lo storico terzo tricolore al club capitolino. Ma quella sarà l’ultima fiammata del giapponese che, dopo le fugaci esperienze di Parma, Bologna, Fiorentina e Bolton, deciderà incredibilmente di lasciare il calcio a soli 29 anni.

“Quando ho lasciato poi mi sono messo in viaggio. Ho girato in tutto il mondo, cento nazioni in tre anni.”

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Nakata: «Ho smesso perché non mi piaceva più l’ambiente. Quando ho lasciato poi mi sono messo in viaggio. Ho girato in tutto il mondo, cento nazioni in tre anni. Dopo una carriera di soli hotel e stadi, volevo vedere nuovi posti. Ovunque mi riconoscevano non tanto perché fossi famoso io, quanto per la popolarità planetaria del calcio. Ho capito la grandezza di questo sport, la sua forza comunicativa. Mi sono detto: devo usarla per scopi benefici. Così ho creato una fondazione, dove lavoriamo con le onlus locali. Poi dovevo conoscere il mio paese. Mi chiedevano spesso del Giappone e io ne sapevo poco. Spesso mi vergognavo di questa mia ignoranza. Così decisi di scoprirlo a fondo, in questi anni l’ho setacciato tutto. Non il volto iper tecnologico delle città. Volevo conoscere quello della tradizione, del saper fare artigianale…»

Così il calcio perse un talento che forse poteva dare di più al calcio, ma che ha preferito dedicarsi ad altro, come la maggior parte dei suoi connazionali d’altronde. Nientemeno che Maradona infatti dirà di lui:

«Se tutti i giapponesi cominciassero a giocare come lui, dovremmo iniziare a preoccuparci. Sa cosa vuol dire toccare la palla, tirare, dribblare… Meno male che per il momento i giapponesi si occupano d’altro…»

E menomale si…
Questa è la storia di Hidetoshi Nakata, uno dei giocatori giapponesi più forti di sempre. Olliver Hutton permettendo…


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