La verità di Marek Hamsik

Qualche giorno fa è uscita la prima autobiografia del capitano del Napoli Marek Hamsik dal titolo “Marekiaro”.

All’interno del libro si trova una diversa versione di quanto successo dopo la partita di Torino, contro la Juventus, dello scorso 22 Aprile. L’allora allenatore dei partenopei disse che il Napoli perse il tricolore “in albergo a Firenze”, mentre si stava disputando il Derby d’Italia, vinto 3-2 dalla Juventus. Per il giocatore slovacco invece fu fatale proprio la vittoria del suo Napoli contro la Juventus e lo spiega con queste parole:

La verità di Marek:

Kalidou Koulibaly staccò in cielo e incornò l’1-0. È stata la serata più bella da quando sono a Napoli. Ma, con il senno di poi, da quella partita c’è un solo insegnamento da trarre. Sì, avevamo battuto la Juve, ma non avevamo vinto niente” ha scritto questo Marek prima di continuare con il suo racconto.

“L’euforia ci ha tolto concentrazione per il finale di stagione e così abbiamo mancato il traguardo. Eppure quella notte eravamo tutti convinti che finalmente lo Scudetto sarebbe stato nostro, che Napoli lo avrebbe ritrovato dopo trent’anni. In aereo sapevamo che la città ci avrebbero accolto in festa, ci sentivamo invincibili. E c’era persino chi pensava già alla prossima stagione”.

Sarri ci provò a tenere calmi gli animi ma…“‘Non abbiamo ancora vinto niente: la voce di Maurizio Sarri provò a riportarci sulla terra – ricorda ancora Hamsik – Ma nessuno di noi la ascoltò veramente. E se fosse stato quello il momento fatale che ci ha fatto perdere lo Scudetto? Dopo la sconfitta per 3-0 contro la Fiorentina è stato fin troppo facile chiederselo».

Hamsik ci tiene a precisare anche il suo mancato approdo nel calcio cinese:

“Napoli è per me la vera capitale dell’Italia e ogni volta che immagino di partire per un’altra esperienza mi prende subito la nostalgia – scrive Hamsik – È strano, ma è come se questa città fosse attaccata a me con una calamita. Stavolta, però, avevo quasi deciso di andare da un’altra parte. La delusione bruciava, dopo un campionato straordinario, in cui abbiamo raggiunto il record di punti della società ma non il tanto atteso scudetto. Mi sono detto: forse a 31 anni è giusto darsi una nuova possibilità. Sentivo di aver dato tutto per una maglia che ho sentito addosso come una seconda pelle, dopo una stagione grandiosa per la squadra ma che non mi ha visto protagonista al meglio delle mie possibilità. In quasi tutte le partite ho ceduto il posto a gara in corso e – pur rispettando sempre le decisioni dell’allenatore – ho vissuto momenti di grande sconforto. In certi casi, come ho spiegato, mi sono pure incazzato”.

“Alla fine della stagione però ho meditato sull’opportunità di regalarmi qualcosa di diverso. Non ho mai considerato i soldi e le opportunità calcistiche che mi offrivano da altre parti, mi sarei sentito un traditore. Ma in Cina, un mondo estremamente affascinante, avrei potuto andarci senza tradire nessuno. Non avrei mancato di rispetto al mio Napoli. Non voglio fare il moralista e sì, lo dico apertamente: il denaro che avrei guadagnato in Cina era davvero tanto, un’assicurazione sulla vita a molti zeri. E un’esperienza in un altro mondo, anche calcistico, mi intrigava non poco. Con Martina avevamo già deciso: in Cina sarei andato da solo. Poi siamo andati in vacanza e ho ricevuto la telefonata di Ancelotti che comunque non mi ha condizionato. A un certo punto è come se avessi avuto un’illuminazione e quando ho saputo che le offerte dalla Cina non avevano soddisfatto il Napoli ero felice, ho telefonato ad Ancelotti e gli ho detto “Mister, sono a tua disposizione”.


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