L’importante non è vincere ma partecipare.

Siamo cresciuti con questo mantra. Da bambini ci insegnano che al primo posto c’è il divertimento e che i risultati, se te lo meriti, arriveranno. Ed è tutto verissimo, apprezzabile. Ma siamo sinceri, quanti non vogliono semplicemente vincere in ogni cosa che fanno? È più forte di noi, un istinto primordiale. Vincere non è tutto, è la sola cosa che conta, nello sport, nel calcio, ma alla fine della fiera anche nella vita. Proprio per questo, la storia che vi andiamo a raccontare oggi potrebbe strapparvi un sorriso come farvi scendere qualche lacrima. Si tratta delle vicende di un uomo in cui tanti potrebbero riconoscersi, per cui molti non possono che provare affetto, ma che nessuno vorrebbe essere. Stiamo parlando di Héctor Raúl Cúper.

Cuper nasce il 16 novembre 1955 a Chabas, in Argentina. Nel Sudamerica della seconda metà del secolo scorso il calcio è uno stile di vita. Ed Hector non vuole sottrarsi a quello che il destino gli riserba. Indossa con onore gli scarpini da calciatore, rivelandosi un centrale difensivo rude ma dalla generosità infinita. Si toglie qualche soddisfazione, con la vittoria di 2 titoli argentini e la convocazione nell’Albiceleste, ma il tutto di sicuro non ripaga i sacrifici. Sempre disposto a dare tutto se stesso, a gettare il cuore oltre l’ostacolo, si guadagna il soprannome di Hombre vertical, “uomo tutto d’un pezzo”.  E non c’è stato secondo, nel calcio e nella vita di tutti i giorni, che abbia disonorato questo appellativo.

Hector Cuper Maiorca InterCome molti prima di lui, Cuper si reinventa, ed inizia una nuova vita da allenatore, quella che alla fine dei giochi si rivela la più tragica. Nel calendario della sua nuova carriera, sono tante le date da ricordare (per gli avversari). Nel 1994, al secondo anno sulla panchina dell’Huracan, squadra in cui ha militato da giocatore ed esordito come allenatore, Cuper arriva all’ultima giornata del torneo di clausura davanti a tutti. Gli basta un pareggio per trionfare. Ma neanche a dirlo, i suoi vengono sconfitti, perdendo partita e titolo. L’Argentina comincia a stargli stretta: è tempo di Europa per l’uomo di Chabas. Nel 1997-98 approda al Maiorca. La squadra gioca bene, emoziona, e diamine, vince. Arriva in finale in Coppa del Re. Ma ancora una volta, proprio sul più bello, Cuper vede sfumare il trionfo. A conquistare il titolo ai rigori (ancora più doloroso da digerire) sono gli avversari del Barcelona.

Ma il peggio, purtroppo per Hector, deve ancora arrivare. La finale, anche se persa, è il pass per la Coppa delle Coppe. Anche in questa competizione l’Hombre Vertical giunge in finale e…c’è veramente da chiederselo? Viene sconfitto, dalla Lazio di un indomabile bomber come Bobo Vieri. È tempo di cambiare aria: la chiamata è quella del Valencia. Nuova piazza, vecchie abitudini. Con Cuper i pipistrelli toccano forse uno dei punti più alti della propria storia, scrivendone pagine importanti, ma tristi. A cavallo tra il 2000 e il 2001 infatti arrivano 2 volte in finale, perdendo in entrambe le circostanze, contro Real e Bayern (contro i tedeschi, un’altra volta, ai rigori).

Se è vero che le sconfitte rendono più forti, Hector Cuper dovrebbe essere invincibile.

Con questa fama, ma con spirito come sempre positivo e da professionista integerrimo, giunge a Milano, sponda Inter. Qui si fa firmatario di una delle debaclè più sorprendenti della storia recente del nostro calcio, un dramma sportivo che non riviviamo per evitare gli infarti dei nostri amici interisti. Loro, insieme a l’Hombre vertical, ma un po’ tutti gli italiani che sanno cosa sia un pallone da calcio, quel 5 maggio non se lo dimenticheranno mai. Le lacrime di Ronaldo, la gioia degli odiati rivali juventini e uno scudetto scivolato di mano in maniera inspiegabile.

Ognuno di noi ha una compagna che, nel bene e nel male, avrà sempre fedele in ogni momento, da quelli più importanti ai più banali. Quella di Hector Cuper è la sfortuna, ma di quelle che più nere proprio non si può. Lo assiste anche in Grecia. Siamo nel 2009 (7 anni dopo la disfatta dell’Olimpico), la panchina è quella dell’Aris Salonicco, una squadra senza particolari ambizioni che Cuper riesce a portare in finale di Coppa di Grecia, dove, per l’ennesima volta perde, in questo caso a favore del Panathinaikos.

L’ultimo episodio di questa saga, a tratti comica, a tratti tragica, è stato scritto ieri sera. Un Egitto strafavorito nel pronostico allenato dal preparato e tenace tecnico argentino, sfida il Camerun nella finale di coppa d’Africa. Il percorso fino a lì dice 7 vittorie su 7 partite. Ma nelle finali cambia tutto, si sa. Soprattuto se in panchina hai l’hombre vertical. Eppure l’Egitto parte bene, passa in vantaggio. Poi si disunisce, spreca, lascia il pallino del gioco agli avversari. Il teorema Cuper è ormai in atto. La squadra subisce prima il pareggio e poi, a soli 3 minuti dalla fine, va sotto per il gol di Aboubakar. È il colpo del K.O. Il Camerun trionfa sull’Egitto, il destino ancora una volta illude Hector Cuper.

Va detto che nella carriera di questo allenatore vi sono anche alcuni successi (una Copa Sudamericana e 2 coppe di Spagna), che però non possono che essere adombrate da delle sconfitte storiche, a conferma di una beffarda affinità con la malasorte. Cuper è un uomo che ha dato tanto, tutto se stesso in ogni partita, da giocatore quanto da allenatore, raccogliendo meno di quanto si sia meritato. È un destino che accomuna molti uomini. L’hombre vertical si può dire vincitore morale, e nulla gli fa più male che definirsi tale. Perché anche a lui da piccolo gli dicevano che l’importante alla fin fine, è partecipare, non vincere. Ma lui proprio non riusce a crederci, ora come allora.

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