l talento spesso è difficile dimostrarlo. Ma in certi casi rimane ancora più difficile averlo, farsene portatori, come se fosse quasi una colpa, un peso. Perfino una condanna.Essere bravi con il pallone tra i piedi potrebbe aprire infinite porte (si, anche quella per cui tutti vorremmo il passepartout), ma è anche difficile, per un sacco di motivi. Mateo Kovacic lo sa.

Esploso in una età in cui i suoi coetanei vincono il campionato (forse) alla play, ha avuto presto la Croazia ai suoi piedi, come la tipa ubriaca già dopo il primo shottino alle feste liceali. Insomma, tutto e subito, il sogno di tutti. Eppure…
Eppure Mateo ha avuto difficoltà nell’emergere. Per carità, ha giocato nell’Inter, nel Real Madrid ed ora milita nel Chelsea, tre top club mondiali. È campione d’Europa  in carica.

Kovacic ma la felicità?

Quella gioia di vivere, per quando trovi la tua dimensione, per quando realizzi il tuo sogno, per il momento in cui raggiungi gli apici che il tuo talento merita. Quella Mateo non l’ha mai lasciata trasparire, forse perché non l’ha mai vissuta. In cerca una posizione in campo come tutti noi della dignità il sabato sera, non sembra aver trovato il suo posto, sul prato verde come nel mondo. Il talento c’è,  e nessuno se lo è sognato di discutere. Il fatto è che, insieme al pallone, al piede si porta dietro tanti dubbi. Per essere un campione, oltre al talento ci vuole la personalità, con un pizzico di leadership, ingredienti che al gioiello croato un po’ mancano. E forse le critiche son dovute a questo. Perché Mateo poteva e potrebbe essere, ma ancora non è,  e chissà se mai sarà.


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