Chiunque giochi a calcio da più o meno tempo sa che c’è un numero che chiunque vorrebbe portare sulla spalle. Lo stesso numero che speravi ti affidasse il mister quando da bambino ti presentavi in spogliatoio con quel borsone più grande di te perché la mamma ti ci infilava dentro anche il libro di storia del suo prozio Rodrigo. Quel numero lo volevano tutti, ma tu pensavi di meritarlo più di altri, non solo perché eri attaccante, ma anche perché eri quello un po’ più bravino (poi dieci anni dopo il Mister ti ha spostato difensore centrale perché i tuoi piedi sono ritenuti arma bianca in 16 paesi diversi compreso il Trinidad and Tobago, ma questa è un’altra storia).

Nessuno sapeva il tuo nome, ma quando gli altri ti incontravano fuori dal campo bisbigliavano tra di loro: “Ehi, ma lui non è quello che gioca nel xxx ? Ma sì l’attaccante, quello forte”. Perché potevi avere gli stessi piedi di un carpentiere moldavo e la stessa intelligenza tattica di Arevalo Rios in coma farmacologico, ma con il 10 sulle spalle eri buono per definizione. Simbolo dell’estro e della genialità calcistica, dell’inventiva e dell’imprevedibilità. Spesso queste qualità erano le stesse sia in campo che fuori.

Se si pensa alla storia del calcio, tutti i più grandi interpreti hanno avuto il numero 10, da Maradona a Platinì passando per Alessandro Sgrigna (non ditemi “chi???” Perché potrei giocare a Shangai con le vostre tibie e i vostri peroni). Peró con il passare degli anni, c’è stato un altro numero che ha assunto un significato particolare, in campo ma soprattutto fuori. Sregolatezza, vita mondana ma anche tanti tanti gol in campo, oppure disciplina, serietà e costanza di rendimento. Sì, perché il numero 32, ha due facce: Quella nobile del gol(Bobo Vieri e Mitra Matri) e quella operaia e lavoratrice (Vincent Candelà e Cristian Brocchi).

Tra serate a Milano Marittima, fiumi di alcol, modelle seducenti e macchinoni fiammanti i primi due hanno cominciato a costruire la loro fama di “chiavatori insaziabili” fuori dal campo. Per quanto riguarda l’aspetto calcistico, anche se forse per molti di noi passa in secondo piano, a suon di gol si sono guadagnati l’appellativo che più ci è caro, quello di “BOMBER”.  E così, con le loro prestazioni superbe in campo e fuori, hanno conciliato questi due aspetti; l’essere bomber in campo e l’esserlo anche fuori, sempre con il numero 32 sulle spalle. Così, mentre da bambini sognavamo di avere sulle spalle il numero 10, dopo vent’anni il numero che vogliamo rispecchiare (soprattutto fuori dal campo) è proprio il 32. Il 32 è uno stile di vita che pochi si possono permettere, un modo di essere, una filosofia mondana dei giorni d’oggi. Perché il 32 non è un numero qualsiasi, non è semplicemente quello che viene dopo il 31 e prima del 33, il 32 è il nostro numero, il numero dei Bomber.

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