“Nella sacca di Alberto Gilardino, oltre al corredo del perfetto calciatore – accappatoio di Dolce & Gabbana, ciabatte di Dolce & Gabbana, completo di Dolce & Gabbana, mutande di Dolce & Gabbana, occhiali di Dolce & Gabbana, profumo di Dolce & Gabbana e gel della Loreal, solo perché Dolce & Gabbana non lo prevedono in catalogo – infilava sempre un paio di scarpe da calcio vecchie, brutte, rotte, con i tacchetti svitati e la pelle che puzzava.
Un reperto archeologico. Però erano pulitissime, tenute come un tesoro. Le lucidava, le accarezzava, a volte ci parlava e le baciava. Roba da manicomio.

Lo sponsor tecnico gli vietava di usarle per le partite ufficiali (il modello era quello che calzava Attila, re degli Unni), spiegandogli che ormai le televisioni in bianco e nero erano fuori produzione, che Sandro Pertini aveva smesso da un bel pezzo di giocare a carte sugli aerei e che John Fitzgerald Kennedy era stato assassinato. Soprattutto davanti a quest’ultima notizia restava sempre un po’ sbigottito, non se ne faceva una ragione (“Dici sul serio?”), ma quando si riprendeva tirava di nuovo fuori l’orgoglio: “Io non le butto”.
“Gila, ma perché? Hanno i buchi come l’emmental.”
“Perché con queste ho segnato una valanga di gol: se le inserisco dentro la borsa da portare al campo, trasmettono il fluido alle scarpe nuove.”
“Gila…”
“Il fluido magico.”
“Gila…”
“Te lo giuro. E più le schiaccio tra gli altri indumenti, maggiori sono le probabilità che il fluido fuoriesca dalle suole e si propaghi fino ad arrivare al nuovo paio. Che agisca in fretta provocando l’effetto desiderato.”
“Vanno spremute come un limone, insomma, per poi spargerne il succo.”
“Bravo Andrea, finalmente qualcuno che lo capisce. Non è che ci voglia un genio.”
“Su questo hai ragione, non ci vuole un genio…”
Credo risalissero ai tempi in cui giocava nella Biellese o giù di lì. Davanti a quei ruderi con le stringhe sfilacciate gli partiva il cervello, regrediva, erano il suo amuleto, senza si sentiva perso: “Se me le porto dietro faccio gol, se invece le
dimentico a casa chiedo al mister di mandarmi in panchina, tanto non riuscirei a combinare nulla di buono”.

(Andrea Pirlo su Gilardino, “Penso quindi gioco”)


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