Ecco perchè la chiamano Garra Charrúa

Alzi la mano chi non ha visto (o sentito) la famosa telecronaca Sky di Inter-Tottenham del 18 settembre scorso. Non tanto per il match in sé, ma per le parole di Riccardo Trevisani e Daniele Adani dopo il gol di Matías Vecino. Al minuto 92 il numero 8 nerazzurro, imbeccato di testa da de Vrji, insaccò la rete di un pazzesco 2-1 in rimonta.

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Tutti ricordiamo tre frasi ad effetto di quella telecronaca dopo il gol dell’uruguaiano, due di Trevisani ed una di Adani: “l’ha ripresa Vecino” e “è l’uomo della Champions” e “la garra charrúa” A noi interessano le tre parole usate dall’ex difensore di Brescia, Fiorentina ed Inter, grande appassionato di calcio sudamericano.

Cos’è la “garra charrúa”? Innanzitutto questa parola fa rima con uno Stato sudamericano che trasuda da sempre calcio: l’Uruguay. La “garra”, in sé, è l’artiglio mentre “charrúa” è riferito alla popolazione dei charrúa, tra i primi abitanti di quel piccolo Stato sudamericano che lottarono fino alla morte contro i colonizzatori spagnoli nei pressi del Rio de la Plata.

La garra charrúa è tipica dell’Uruguay, un Paese incastonato tra Brasile ed Argentina, ricco e prospero e che ha scritto la storia del calcio, non solo latino: due Mondiali, due ori olimpici, quindici Copa América vinte, sei secondi posti e altre otto volte sul podio. Per non parlare dei tantissimi giocatori nati in quella che era la “Repubblica orientale delle Province Unite del Río de la Platae diventati celebri in tutto il Mondo. Un elenco infinito.

L’Uruguay ha sempre incarnato questo spirito ed il calcio ne è stato il suo cursore: la storia della Celeste è sempre stata marchiata dalla garra charrúa e l’apice fu il Mondiale brasiliano del 1950, quando la Nazionale uruguaiana vinse il secondo titolo mondiale sconfiggendo in finale il Brasile padrone di casa. Quella partita è passata alla storia come “Maracanazo”, perché la Nazionale brasiliana era la favorita assoluta per la vittoria, ma la Celeste del Commissario tecnico Juan López Fontana e con i campo geni assoluti del calcio come Obdulio Varela, Juan Alberto Schiaffino e Alcides Ghiggia, ebbe la meglio in maniera inaspettata. Era il 16 luglio 1950, una data epica ed iconica allo stesso tempo.

Quella vittoria fu la massima espressione della garra charrúa: vittoria contro tutto e tutti, vittoria contro la squadra padrona di casa, vittoria contro la squadra più forte, vittoria contro uno stadio che era tutto di colore bianco, vittoria contro gli sfavori del pronostico. Dopo il triplice fischio tanti piansero, qualcuno si suicidò, qualcuno morì d’infarto e non si tenne neanche la premiazione, con il solo Jules Rimet, Presidente della FIFA, a fare la coppa a Varela. Ghiggia, marcatore del gol vittoria e morto settantacinque anni esatti dopo finale del “Maracanazo”, disse di essere stato il primo ad aver zittito il “Maracana”. Dopo ci riuscono solo Frank Sinatra e Giovanni Paolo II.

La “garra” è partecipazione, concitazione, sudore, voglia di vincere e prevalere sull’avversario. E’ emozione, lotta, tenacia, fisicità, sacrificio. E’ puro Uruguay. E non è sbagliato dire che se l’Italia è terra di santi, poeti e navigatori, l’Uruguay è la terra della garra charrúa. E come lui, nessuno mai.

L’Uruguay calcisticamente ha sempre rappresentato il piccolo che prevale sul grande, Davide contro Golia. Se “Bluto” Blutarsky diceva che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziavano a giocare”, possiamo dire che “quando il gioco del calcio si fa duro, la garra charrúa inizia a giocare”. Perché un conto è un partecipare ad un toga party, un altro è far cambiare il colore delle maglie di una Nazionale avversaria dopo una sconfitta atroce.

Solo gli appassionati di futbol sanno cosa è stata, cosa è e cosa sarà sempre la garra charrúa. E grazie a Trevisani ed Adani, tanti tifosi hanno potuto capire cosa sono gli uruguaiani e hanno capito loro passione per il calcio e la grinta che ci mettono. Vecino non sarà celebre come gli eroi del “Maracana”, non sarà tecnico come Francescoli, non sarà un feticcio come Recoba, non sarà un marcatore implacabile come Cavani, Suarez o Forlan o “loco” come Abreu ma arriva da quel piccolo Paese che vive e trasuda calcio e anche lui, come tutti i suoi connazionali, ha sempre “l’ultima parola”.

Tanti hanno criticano la telecronaca di Inter-Tottenham considerandola “parziale”, non capendo però che quando meno te lo aspetti, quando tutto sembra segnato e terminato….ecco spuntare l”artiglio” uruguaiano, la voglia di vincere di un popolo poco dedito alle chiacchiere ma devoto alla prestazione.

C’è una differenza abissale tra il gol di Vecino a Vorm e quello di Ghiggia a Barbosa, ma la morale è sempre quella: loro hanno davvero “l’ultima parola”. E quella parola era, è e sempre sarà “garra charrúa”.


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